L’agroforestazione: un’opportunità anche per le piante officinali

di Leonardo Piervitali e Leo Pedrazza

Il ritorno all’associazione di colture erbacee e arboree, una forma più naturale di conduzione agricola che stata quasi cancellata con l’introduzione delle monocolture meccanizzate, appare oggi in una luce del tutto nuova, per l’integrazione al reddito che può portare nell’azienda agraria multifunzionale e soprattutto per il servizio ecosistemico che svolge attraverso la capacità di sequestro di CO2 e la tutela del paesaggio. La varietà delle specie officinali le pone in prima fila tra le possibili scelte produttive da considerare in questo tipo di agricoltura ecologica.

La tecnica agricola di consociare colture legnose perenni con altre colture erbacee è stata praticata dall’uomo per migliaia di anni, tuttavia il termine “agroforestry” viene coniato solo alla fine degli anni Settanta, periodo nel quale riceve le prime attenzioni da parte del mondo scientifico. Anche nella nostra Penisola, fino agli inizi del Novecento, gran parte delle coltivazioni erano consociazioni agroforestali come la “piantata” in Pianura Padana (piante di Vite supportate da filari di Gelso o Acero), la consociazione tra Vite e Olivo, il pascolamento di animali in frutteto e tante altre.
Molteplici sono le specie officinali che hanno il proprio habitat nel sottobosco o in zone ombreggiate, tra cui possiamo citare il pungitopo (Ruscus aculeatus L.), l’edera terrestre (Glechoma hederacea L.), la cimicifuga (Actaea racemosa L.) e tante altre. Mentre l’agroforestazione è ancora estremamente diffusa a livello globale (soprattutto in zone tropicali), nei Paesi industrializzati l’avvento dell’agricoltura moderna, con la meccanizzazione e la monocoltura, ha portato a una vera e propria deforestazione delle aree ad agricoltura pi  intensiva, poichè gli alberi venivano considerati solo degli ostacoli per le colture e non più parte integrante del complesso ecosistema agricolo.
Tuttavia, negli ultimi anni anche nei Paesi a clima temperato è cresciuta molto l’attenzione sull’agroforestazione, dopo che numerosi studi hanno evidenziato che potrebbe rappresentare un’alternativa in grado di far fronte alle crescenti esigenze dell’agricoltura moderna, come la diversificazione del reddito, la riduzione dell’impatto ambientale e la mitigazione dei cambiamenti climatici. […]

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Pandemia: l’impatto sulla cosmesi naturale

di Diana Malcangi, Consulente Scientifica esterna NATRUE e Mark Smith, Direttore generale NATRUE

I criteri ecologici guidano sempre più le abitudini di consumo e le politiche aziendali, grazie al lavoro portato avanti negli anni da associazioni, enti di ricerca e imprese etiche, e sono oggi incentivati anche dalle istituzioni internazionali. La pandemia ha contribuito ad accrescere la consapevolezza diffusa sull’importanza della sostenibilità, orientando il pubblico verso la cosmesi biologica. Si rende dunque fondamentale l’adozione di processi che permettano di distinguere elementi di sostanza dal greenwashing.

La pandemia di COVID-19 ha risvegliato un interesse sempre maggiore sulle relazioni tra i cambiamenti ambientali globali e la salute umana. Lo sfruttamento intensivo e spesso incontrollato del suolo nell’ultimo secolo ha avuto un impatto pesante sugli ecosistemi, impatto che è stato ampiamente valutato e misurato dalle scienze ambientali, e che viene discusso da tempo. 
L’estrazione massiccia delle fonti fossili, l’agricoltura intensiva e l’urbanizzazione in rapida espansione hanno contribuito in maniera diretta all’aumento delle emissioni di carbonio e all’erosione progressiva dei terreni naturali, con conseguente perdita di biodiversità, frammentazione del paesaggio e riduzione degli habitat di varie specie botaniche e faunistiche.
Alcune ricerche recenti hanno mostrato, inoltre, come anche la salute umana sia intimamente collegata alla salute dell’ambiente (1-7).
È ormai sempre più chiaro che la tutela dell’ambiente e l’impegno nel rendere le attività umane globalmente più sostenibili non sono più degli “optional”, bensì priorità urgenti, e finalmente anche i governi si stanno muovendo in questa direzione in maniera coordinata; ne è un esempio l’adozione del Green Deal europeo che include piani come la Strategia UE per la sostenibilità delle sostanze chimiche e il piano d’azione per l’economia circolare oppure l’Agenda ONU 2030 per lo sviluppo sostenibile, un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità che ha stilato 17 obiettivi e 169 sotto-obiettivi sulle tre dimensioni della sostenibilità (ecologia, società ed economia), obiettivi che dovranno essere realizzati entro il 2030 da tutti i Paesi membri dell’ONU. Possiamo dire che l’Agenda ONU 2030, in qualche modo, è il coronamento di molti anni di impegno concreto da parte di tantissime micro e macro realtà sparse in tutto il mondo, che hanno agito in modo autonomo o coordinato in vari settori (associazioni, enti di ricerca, istituzioni pubbliche e private e imprese del settore), nonché il segno di un’aumentata consapevolezza a livello globale.
L’associazione internazionale non-profit NATRUE, ad esempio, che ha creato uno standard internazionale volontario per la cosmesi naturale e biologica, sin dalla sua fondazione (nel 2007) a opera dei pionieri della cosmesi naturale e biologica lavora continuamente nella direzione della sostenibilità dei prodotti e degli ingredienti cosmetici nelle varie fasi della filiera, incoraggiando alla scelta dell’agricoltura biologica e stabilendo, per le sostanze di origine naturale e per i prodotti finiti, regole formulative e produttive coerenti con i valori green, sempre tenendo conto della complessità della filiera e delle sfide tecnologiche che la cosmesi moderna deve affrontare.
Oltre a questi elementi fondanti, presenti da sempre, quest’anno NATRUE ha incluso nel nuovo standard 3.9 requisiti ulteriori di sostenibilità (ad esempio la lista di ingredienti ottenuti dall’olio di palma che hanno l’obbligo di essere certificati sostenibili) e, dopo una valutazione dei suoi criteri, ha potuto allinearsi a ben 6 dei 17 obiettivi ONU all’interno del suo standard. NATRUE, inoltre, continua a collaborare attivamente con le istituzioni europee su vari temi inerenti alla cosmesi e allo sviluppo sostenibile. […]

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Piante medicinali e spezie: l’altro tesoro sul suolo dell’Iran

Liquirizia, Coriandolo, Hennè, Cartamo, sono solo alcune delle droghe officinali di grande utilizzo che arrivano sui mercati internazionali, ma le specie più caratteristiche della flora iraniana sono gli arbusti dell’altopiano e dei deserti, che producono gomme e resine profumate di elevata attività biologica.
Il comparto delle piante aromatiche e medicinali e delle spezie vive oggi una fase di sviluppo e rinnovato interesse, come una delle possibili alternative all’industria petrolifera legate alla crescita della produzione agricola. Un’opportunità che si gioca sulla ricerca della qualità e della naturalità.

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Euforbia: i poteri del lattice

Ancora una volta dalla macchia mediterranea emerge una pianta morfologicamente e fisiologicamente molto differenziata, che si rivela una fonte speciale di sostanze biologicamente attive, dotate di funzionalità molto peculiari. Il lattice, non privo di tossicità, sta rivelando potenzialità interessati in campo farmaceutico e nutrizionale, e anche per applicazioni industriali

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