Pandemia: l’impatto sulla cosmesi naturale

di Diana Malcangi, Consulente Scientifica esterna NATRUE e Mark Smith, Direttore generale NATRUE

I criteri ecologici guidano sempre più le abitudini di consumo e le politiche aziendali, grazie al lavoro portato avanti negli anni da associazioni, enti di ricerca e imprese etiche, e sono oggi incentivati anche dalle istituzioni internazionali. La pandemia ha contribuito ad accrescere la consapevolezza diffusa sull’importanza della sostenibilità, orientando il pubblico verso la cosmesi biologica. Si rende dunque fondamentale l’adozione di processi che permettano di distinguere elementi di sostanza dal greenwashing.

La pandemia di COVID-19 ha risvegliato un interesse sempre maggiore sulle relazioni tra i cambiamenti ambientali globali e la salute umana. Lo sfruttamento intensivo e spesso incontrollato del suolo nell’ultimo secolo ha avuto un impatto pesante sugli ecosistemi, impatto che è stato ampiamente valutato e misurato dalle scienze ambientali, e che viene discusso da tempo. 
L’estrazione massiccia delle fonti fossili, l’agricoltura intensiva e l’urbanizzazione in rapida espansione hanno contribuito in maniera diretta all’aumento delle emissioni di carbonio e all’erosione progressiva dei terreni naturali, con conseguente perdita di biodiversità, frammentazione del paesaggio e riduzione degli habitat di varie specie botaniche e faunistiche.
Alcune ricerche recenti hanno mostrato, inoltre, come anche la salute umana sia intimamente collegata alla salute dell’ambiente (1-7).
È ormai sempre più chiaro che la tutela dell’ambiente e l’impegno nel rendere le attività umane globalmente più sostenibili non sono più degli “optional”, bensì priorità urgenti, e finalmente anche i governi si stanno muovendo in questa direzione in maniera coordinata; ne è un esempio l’adozione del Green Deal europeo che include piani come la Strategia UE per la sostenibilità delle sostanze chimiche e il piano d’azione per l’economia circolare oppure l’Agenda ONU 2030 per lo sviluppo sostenibile, un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità che ha stilato 17 obiettivi e 169 sotto-obiettivi sulle tre dimensioni della sostenibilità (ecologia, società ed economia), obiettivi che dovranno essere realizzati entro il 2030 da tutti i Paesi membri dell’ONU. Possiamo dire che l’Agenda ONU 2030, in qualche modo, è il coronamento di molti anni di impegno concreto da parte di tantissime micro e macro realtà sparse in tutto il mondo, che hanno agito in modo autonomo o coordinato in vari settori (associazioni, enti di ricerca, istituzioni pubbliche e private e imprese del settore), nonché il segno di un’aumentata consapevolezza a livello globale.
L’associazione internazionale non-profit NATRUE, ad esempio, che ha creato uno standard internazionale volontario per la cosmesi naturale e biologica, sin dalla sua fondazione (nel 2007) a opera dei pionieri della cosmesi naturale e biologica lavora continuamente nella direzione della sostenibilità dei prodotti e degli ingredienti cosmetici nelle varie fasi della filiera, incoraggiando alla scelta dell’agricoltura biologica e stabilendo, per le sostanze di origine naturale e per i prodotti finiti, regole formulative e produttive coerenti con i valori green, sempre tenendo conto della complessità della filiera e delle sfide tecnologiche che la cosmesi moderna deve affrontare.
Oltre a questi elementi fondanti, presenti da sempre, quest’anno NATRUE ha incluso nel nuovo standard 3.9 requisiti ulteriori di sostenibilità (ad esempio la lista di ingredienti ottenuti dall’olio di palma che hanno l’obbligo di essere certificati sostenibili) e, dopo una valutazione dei suoi criteri, ha potuto allinearsi a ben 6 dei 17 obiettivi ONU all’interno del suo standard. NATRUE, inoltre, continua a collaborare attivamente con le istituzioni europee su vari temi inerenti alla cosmesi e allo sviluppo sostenibile. […]

Per leggere l’intero articolo sfoglia il numero 425 – 2/2021